La Bibbia: questa sconosciuta. Storia di un testo tradotto (male?)

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Chi di voi non ha una Bibbia in casa? Chi di voi è credente? chi di voi non lo è? Se vi chiedessi di dirmi quali sono i fondamenti della religione cristiana e perché avete deciso di credervi o, al contrario, perché avete deciso di non credervi, cosa mi rispondereste? Sicuramente ognuno avrà le sue motivazioni, più meno approfondite ma ciò che è certo è che molti di voi farebbero uso di parole come “anima”, “spirito”, “Dio”, “resurrezione”, “morte”, “desiderio”. Ci ho preso?

Bene allora cosa direste se vi dicessi che secondo alcuni filosofi, studiosi della bibbia, sociologi, molte di queste parole, fra le più emblematiche del cristianesimo, sono state in realtà tradotte male?

Proprio così, la traduzione ebraica di alcune di queste parole pare che cambi totalmente il senso di importanti passaggi della Bibbia e dunque anche il senso di tutta la nostra cosmologia, la morale occidentale, il potere. Se le fondamenta tremano, figuriamoci tutte le sovrastrutture e le vette! E forse, chissà, credenti e non-credenti non la pensano neanche così diversamente, e quindi anche le guerre, si potrebbe pensare, sono basate su un enorme, megagalattico, rocambolesco misunderstanding? Vi tuffereste con me nel cocktail “bibbia” per capire di quali effettivi ingredienti è fatto?

Le componenti della Persona

Partiamo dalle componenti della persona. Nella Bibbia appaiono diverse parole per definire l’essere umano:

  1. Néfèsh
  2. Basar
  3. Ruah
  4. Leb

Nella Bibbia che conosciamo vi è sempre un organismo psico-fisiologico composto di un corpo e di un’anima, ma la nèfésh non ha affatto un significato semplice, è riduttivo volerlo costringere nella parola “anima”. Nèfésh ha talvolta un significato più fisico, come quando Giona sta soffocando in fondo al mare e nella Bibbia viene descritto con ” Le acque hanno montato fino alla mia néfèsh“. Dunque potrebbe essere un organo vitale come la gola, l’esofago o le viscere addirittura. Di solito, comunque la néfèsh è l’essere vivente, il suo respiro, la sua vitalità. Nulla in grado di restare in vita, dunque, quando si muore, nulla di concettualmente separabile dal suo corpo né dall’essere umano in sé, poiché la nèfesh, l’anima, è l’essere umano.

E’ semmai la basar che è frammentatile, visto che il suo significato è “carne” dunque, in senso più esteso, il corpo. Attenzione però, non è un corpo nel senso Platoniano o cartesiano del termine. Non è cioè, un qualcosa distanziabile dall’anima. Quando non c’è più anima non c’è neppure corpo, al massimo c’è un cadavere. La Basar è il biologico e lo psicologico insieme, è l’organico ma inteso come soggetto, non come oggetto. L’opposto insomma del dualismo cartesiano a cui siamo abituati!

Si potrebbe dunque dire che il dualismo antropologico su cui si è modellato l’Occidente si basa sulla sbagliata interpretazione di una cosmologia dualistica che non includeva il concetto di essere umano e che il binario dicotomico, di origine di fatto ellenica, non ha niente a che vedere con la tradizione giudaico-cristiana.

Questo ci fa mettere in discussione già molto, non credete?

La Ruah

A questo punto ci viene in aiuto la presenza di un’altra parola, a mio avviso bellissima, presente nella bibbia, che è Ruah, che troviamo nella sua massima espressione nella genesi, quando Dio crea Adamo.

“allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. ” (Gen 2,7)

La parola uomo è qui la traduzione di basar, mentre ruah è ciò con cui viene tradotto “alito di vita” o, in altre versioni, soffio. Con Ruah spesso si fa riferimento allo spirito, laddove spirito però è la forza vitale (prestata da Dio tramite un soffio che entra nel Basar). Va da sé che un uomo senza soffio è un uomo a cui manca una parte: la sua forza!

Un uomo a cui manca la ruah è un refaim, ovvero un’anima indebolita. In un certo senso un’uomo morto. Dio però può soffiare dentro una refaim, ridandogli forza, ed è così che avviene la resurrezione. Ecco che alla luce di questo, il concetto di resurrezione prende una valenza molto più concreta che magica. La resurrezione è riprendere forza, tornare a essere vitale, è come la fenice che risorge dalle ceneri e dunque tutti, quando perdiamo forza, possiamo tornare a risplendere.

La storiella di Cristo morto e risorto a questo punto, non acquista tutta un’altra valenza simbolica? Cristo, tradito da tutti, soffre, soffre la sua anima e la sua umanità, perde forza, nonostante la sua sia un’anima molto grande, quanto di più vicino allo spirito. Tutti insomma, anche i più forti e retti possono soffrire, non dobbiamo sentirci unici di fronte alla sofferenza, eppure anche quando tutti ci hanno abbandonato, anche quando perdiamo totalmente forza e siamo indeboliti, possiamo risorgere. La sofferenza, dunque, non è eterna. Nella Bibbia infatti, la malattia è presentata come una perdita di ruah: ovvero quando stiamo male si versa un po del proprio spirito. Torna in scena, dunque, come quel dualismo cartesiano che divide in due anima e corpo nulla sembra avere a che vedere con un concetto di malattia che prima di essere fisico, è spirituale.

La Leb

A complicare ancora di più le cose vi è la parola leb, concetto che sparisce nella tradizione cristiana, eppure ultra-menzionato nella Bibbia. Leb viene tradotto solitamente come “cuore” e, in effetti, in diversi passaggi appare chiaro come fisiologicamente si tratti proprio di questo (la leb che batte forte, la leb che si arresta ecc). Eppure, senza addentrarci troppo minuziosamente all’interno delle sacre scritture, è chiaro come leb sia la sede dell’emotività, è ciò che ci fa rallegrare o intristire, ciò che consegue il percepire, è la nostra volontà, il nostro desiderio.

Ciò che è ancora più interessante però, è che il leb non è soltanto l’insieme dei nostri sentimenti ma è anche, come ci dice Wolff, la razionalità umana o meglio “l’intelligenza che cerca la conoscenza” (1sam 2,1). Dunque il leb è anche ciò che ci fa conoscere o per lo meno che ci prova. Curioso dunque come se nel pensiero occidentale mente e cuore sono nuovamente parte di un dualismo e ancor più sentimento e ragione, nel libro fondatore della nostra civiltà sentimento e ragione sono entrambe attività che provengono dallo stesso organo e che nulla hanno di duale. Va da sé, ne deduco, che un discorso come “la razionalità mi dice di fare questo ma il mio cuore mi dice di fare l’opposto”, che a noi piace tanto fare, avrebbe fatto inclinare la testolina degli ebraici da un lato. Il cuore nella Bibbia viene spesso affiancato da aggettivi quali “ascoltante”, “intelligente”, come se l’emotività e la razionalità fossero manifestazioni della stessa attività umana.

Forse che questo popolo antico non dovrebbe suggerirci che spesso non è fra un pensiero razionale e uno sentimentale che dovremmo scegliere ma piuttosto comprendere che siamo confusi e che il nostro “cuore” ci sta dicendo solo che vuole capire?

In effetti, come ci dice U. Galimberti, filosofo, sociologo e psicoanalista, la differenza reale, nella bibbia, fra i due tipi di volontà non è affatto fra razionalità e sentimento ma fra quella dell’emotività/razionalità (del leb) e quella della néfèsh, che arrivati a questo punto dell’articolo non è necessario presentare. Ciò che viene dal leb è volontario, è decisionale, è consapevole. Ciò che però viene dalla néfèsh è cosciente, è un’aspirazione più profonda, è il desiderio più profondo di te che viene determinato dalla coscienza. Ecco che quindi il vero dualismo non è fra ciò che vuole la mente e ciò che vuole il cuore ma ciò che vuole la tua emotività/razionalità (non parliamo noi spesso di razionalità prepotente?) e ciò che davvero vorrebbe la tua anima, la parte più profonda di te. Tutta un’altra storia non vi pare?

La frase “amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo leb e con tutta la tua néfèsh” (Deut. 6,5) ci appare adesso molto chiara: chiamalo scemo Dio (perdonatemi la licenza poetica), che non vuole essere amato solo con l’emotività e la razionalità ma vuole essere amato con il senso più profondo dell’essere umano, con la sua coscienza e consapevolezza oltre che, ovviamente anche con il cuore, insomma con l’interezza di noi stessi: un amore unitario, che non conosce conflitti o incoerenze, non è forse quello che ci auguriamo tutti di incontrare?

Il pensiero greco dunque, a cominciare da Platone, ci abitua ad un dualismo
antropologico fra anima e corpo ma leggendo la bibbia in lingua originale trapela che siamo più che altro di fronte ad un dualismo cosmico. Tutto ciò che è creato da Dio, secondo la Bibbia, è buono e così lo è anche la carne ed il corpo. Il male risiede semmai nella separazione dell’uomo, nel voler rompere l’unità dell’uomo, e nel volerla dividere dal suo spirito (ruah).

I comandamenti

Per concludere questo viaggio dentro la traduzione della Bibbia mi piacerebbe parlare degli ultimi due comandamenti che come sappiamo sono:

9. Non desiderare la donna d’altri 10. Non desiderare la roba d’altri

Molti infatti protestano chiedendosi come si possa vietare un desiderio. Già le cose cambiano quando scopriamo che in principio si trattava di un solo comandamento, ovvero: ” Non desiderare la moglie del tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna delle cose che sono del tuo prossimo”. Inoltre, grazie al filosofo André Chouraqui., scopriamo che il termine utilizzato dagli ebraici significava “bramare” e non “desiderare”.

In latino, il testo della Vulgata traduce la radice chamad, «bramare», con concupisces, mentre la sua seconda occorrenza nel versetto è resa con desiderabis, nonostante in ebraico venga usato sempre lo stesso verbo. Nel tradurre la Bibbia, san Girolamo obbedisce alle norme dello stile classico, che proscrive la ripetizione degli stessi termini [..] Non è difficile valutare quali conseguenze ebbe nella storia della mentalità dell’Occidente cristiano tale generalizzazione. Per paura di bramare una realtà proibita, alcuni cristiani condannarono il principio stesso del desiderio, in sé lecito e salutare.

A mio avviso e alla luce di una rivalutazione di una serie di termini a cui siamo stati abituati dall’educazione, questo comandamento al non desiderare la “roba” d’altri, non sembra avere a che vedere con il concetto di proprietà privata, né con quello di invidia, bensì risuona come un concetto più profondo ovvero: se brami qualcosa che ha il tuo vicino, paragonandoti a lui, desideri il suo! Desidera piuttosto di compierti tu in quanto tale, ascolta il tuo cuore e fai si che ciò che desidera la tua emotività sia la stessa cosa che desidera la tua razionalità (a questo punto divisione che uso solo perché a noi serve per comprendere) e sopratutto che sia la stessa cosa che desidera la tua anima, la tua coscienza. Non paragonarti, poiché sei unico, come unica è la tua interezza. Lungi da me voler invitare nessuno a rivalutare il cristianesimo (che sia nel bene o che sia nel male), non credete che però forse i messaggi contenuti nei libri antichi potrebbero farci riflettere diversamente sulle nostre convinzioni moderne?

Potrebbe essere? Cosa ne pensate? Dateci dentro con il dibattito!

  • Bibliografia:
  • C. Tresmontat, Essai sur la penséè hebraique
  • Il corpo nella tradizione giudaico-cristiana, Il Pensiero, XXVV, 1-2, 1996
  • Mauro Biglino, Il libro che cambierà per sempre le nostre idee sulla Bibbia
  • Chouraqui, A., I dieci comandamenti, 2001
  • W. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento
  • A. Zanoni, I temi della vita tra Sacra Bibbia e miti

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