il Cyberspazio: un nuovo colorato mondo di analfabetismo emotivo

Tengo ancora stretta fra le mie dita la lettera che ho appena scritto. La rileggo. Ho in mano una penna e qua e là correggo qualche piccolo refuso, nel mentre spero che non ce ne siano molti poiché non ho voglia di riscriverla da capo e la penna sta quasi finendo il suo inchiostro. Giungo alla fine, apporto la mia firma. Chiudo la lettera in tre parti, divise orizzontalmente, poi prendo la busta e inserisco la carta, prima di sigillarla passando un velo di saliva sulla striscia di colla.

Suona tutto così sentimentale, non è vero? Suona vintage! Chiunque faccia una cosa del genere è sicuramente un nostalgico dei tempi andati, oppure un inguaribile romanticone.

Nessuno ormai si cura più di lettere scritte su carta decorata, se non come un ricordo di tempi andati: la fidanzatina, la lettera a Babbo Natale. Che motivo c’è di dire qualcosa che potrebbe essere spedito con un messaggino notturno? O detto con un commento sotto ad uno status Facebook, o meglio ancora, velatamente, con la pubblicazione di una foto. Ancora meglio: con un like, o un cuore, che magari stai mettendo a tizio, perché Caio lo veda e ne tragga le sue conclusioni, nell’alimentazione continua di un codice fatto di azioni e reazioni, di stratagemmi e scelte: cosa mostrare, cosa omettere.

Siamo gli sceneggiatori costanti del nostro alter ego virtuale e a volte anche di quello altrui, fin dove possiamo. Siamo burattinai di un profilo social con una foto che noi scegliamo, che sostituisce, ogni volta che lo vogliamo, il nostro stare al mondo.

Internet ha sicuramente dato alla nostra immaginazione la possibilità di collaborare alla creazione del nuovo mondo virtuale: un pianeta di carta di cui ognuno di noi, ogni gruppo umano, ogni generazione, ne ha disegnato e colorato un quartiere. In molti sostengono che questo mondo virtuale, anzi questi mondi virtuali ci permettano di creare delle nuove identità, così fluide, talmente in grado di contaminarsi e di cambiare aspetto e colore anche da un giorno all’altro, da arrivare a rompere gli schemi del concetto stesso di identità.

Stiamo parlando del cyberspazio: la concretizzazione di un nuovo mondo, senza regole e senza limiti dettati dal corpo, dell’espressività, dalle circostanze, di proiettare se stessi, il proprio sé, o quello che ci piace più mostrare del nostro sé. Tutto ciò non è certo del tutto negativo, poiché avere la possibilità di creare, immaginare, proiettare il nostro sé significa la possibilità di esplorare le infinite possibilità di esso. Ciò che si crede possa però creare delle crepe profonde nella bellezza del sociale, è il fatto che sia tutto così pericolosamente semplificato, troppo fantastico, fino al punto di poter aprire con estrema facilità, senza bisogno di spingere o di trovare chiavi magiche, la maliarda porta della finzione.

Parlare di dipendenza da internet non suona come esaustivo nel 2019, quasi 2020, ora che un fenomeno così complesso come le condotte psicopatologiche on line sta sostituendo in una percentuale sempre maggiore la comunicazione verbale, para-verbale, il nostro muovere il nostro corpo nello spazio, la nostra meravigliosa espressività facciale, ma soprattutto la nostra capacità di evoluzione psicologica.

Non pubblicheremo mai la foto di noi appena svegli, con i capelli disordinati, uno sbadiglio sguaiato sul volto, gli hadicap motori del mattino, eppure tutto ciò ci rende umani, la capacità di non vergognarcene ci rende umani. Non accetteremo mai di essere “taggati” mentre ci commuoviamo di fronte ad un film di Natale o mentre elaboriamo un discorso di scuse verso qualcuno che abbiamo involontariamente ferito. Non mostreremo mai il momento in cui falliamo nel nostro lavoro e ci arrabbiamo, tanto meno quello in cui sprofondiamo nella tristezza o nel prosciugamento totale della nostra emotività.

E se lo accettiamo, lo scegliamo, di certo non lo subiamo, di certo non capita, non online, dove la libertà ha il sapore di una preda facile ma invece è un feroce predatore.

Siamo arrotolati in un involtino che ci travolge passivamente, coinvolti in una mutazione dell’umano, che, più che psicologica e sociale è, universalmente parlando, antropologica.

L’espressione “social network” è nata per descrivere strutture sociali costituite da nodi (persone, gruppi sociali), legamenti espressi in diverse tipologie specifiche di interdipendenza come visioni, valori, idee, scambi finanziari, conflitti, amicizie. Capiamo bene che se un termine utilizzato per descrivere delle strutture sociali fatte di persone in carne ed ossa, di prossemica e di condivisione di spazi fisici, adesso lo identifichiamo con un mondo fatto di pixels, status e interazioni, siamo di fronte a due possibilità:

  1. La scissione dell’esistenza stessa in due realtà divise e spesso non combaciabili
  2. La sostituzione di un’esistenza virtuale con quella fisica (non utilizzerò il termine “reale” in questo caso poiché se di sostituzione si parla, ciò che viene sostituito è anche la realtà stessa).

L’individuo vive la minaccia di una frustrazione. Si sente impotente socialmente se lasciato a sé stesso, ma se riesce a bucare lo schermo con la rappresentazione di sé e quindi ad entrare in comunicazione con gli altri individui sociali, otterrà accumulazione di capitale sociale, che può immediatamente soddisfare i suoi bisogni sociali e che può avere una potenzialità sociale sufficiente per il sostanziale miglioramento delle condizioni di vita nell’intera comunità.

Siamo animali sociali, come i nostri cugini primati. Questo non ci toglie il nostro diritto ad una buona dose di individualità e di sano egocentrismo, ma nell’isolamento ci muoviamo con estremo disagio.

Il sociologo Zygmunt Bauman ci ha esaustivamente espresso quali sono le conseguenze di questo cambio di terreno: a partire dalla depersonalizzazione nella divisione tra la vita online e la vita offline, al problema della privacy, fino a quello che forse, antropologicamente parlando, fin ora abbiamo preso poco sul serio: La superficializzazione dell’informazione. Non è mia intenzione tanto concentrarmi sulla mancanza di accertamento delle fonti di un’informazione, o sul fatto che la visibilità online coincida con il successo e sul fatto che, di conseguenza la selezione delle fonti da cui attingere è sempre dettata da altri. Queste sono leggi del mercato, a mio avviso vecchie come il cucco e che ora stanno solo prendendo una forma diversa.

Mi riferisco, piuttosto, all’incapacità di allenare l’empatia e l’intelligenza emotiva. Lo status altrui ci viene proposto già preconfezionato, già come un risultato inconfutabile. Nessuno può assorbire, come una spugna, i richiami dell’anima dell’altro: possiamo solo leggere, anzi che dico leggere, “swippare” una fredda autoaffermazione: che meglio impacchettata è, più credibile risulta. Vince la capacità di fingere. E tanto più questa proiezione di un mondo imbellettato è funzionale e d’impatto, tanto più ci arriva come un pugno allo stomaco. Siamo sempre e comunque tutti in vetrina, anche nel mondo fisico, ma stavolta ad essere esposto è solo il nostro cartonato, il migliore che abbiamo. Quando poi appariamo noi, niente di più lontano da quel cartonato poteva esserci e spesso e volentieri è la vera versione di noi quella ad essere migliore, non l’altra, ma quale tipo di interazione possiamo mai attirare con un brutto cartonato che credevamo attraente?

Dove sta la capacità altrui di prevedere chi saremo, o chi saremmo, come possono gli altri farci da specchio? Insomma il nostro Io online non subisce spiacevoli confronti, evita di dover esprimere i sentimenti quando è troppo compromettente, non ha bisogno di scendere a compromessi, non deve faticare a trovare la misura, e quando tutto si fa troppo difficile, quando ti dimentichi la battuta o quando l’altro attore improvvisa qualcosa di inaspettato, sei circondato dal pubblico: beh basta uscire di scena. Sipario.

Se da una parte questo cambio sociale sembra livellare l’interazione emotiva, dall’altro si limita ad isolare i campi emotivi di ognuno: io sento, ma sento in solitudine, e rilancio fuori, tramite il web, la mia angoscia, truccandola, ripassando un lucidante nelle parti più sgraziate e vestendola da vittoria. Nei casi peggiori, con la segreta, spesso inconscia, speranza di urtare la sensibilità dell’altro, di ferirlo, e dunque di provare un senso di successo.

Palla al centro.

Bibliografia

T. H. Eriksen, Fuori controllo. Un’antropologia del cambiamento accelerato, Einaudi, Torino, 2017

Tonino Cantelmi, La postmodernità tecnoliquida e la sua valenza antropologica: i nativi digitali

Vikas Shah Mbe, The psicology and anthropology of social networking

D. Mazzucco,Propaganda popIl fascino del consenso nell’era digitale, Effequ, Orbetello, 2016

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