Homo Virtualis e Pandemie: Connessioni a confronto fra Corona Virus e Influenza Spagnola

Silvia Pedroni | Isolamento | 2020

Il giorno che Conte dichiarò la delibera del decreto #iorestoacasa, lessi un meme che recitava più o meno così:

Poteva andarci peggio. Poteva succederci quando non esisteva internet.

Per quanto non sia certo una novità che la comicità ci conquisti per la sua capacità di raccontarci la verità, questa frase è molto più toccante di quello che lo stesso autore si aspettava di enunciare.

Se dovessi spiegare perché trovo questo fenomeno della quarantena così affascinante, tanto da aver deciso di avventurarmi in un progetto indipendente di etnografia digitale dal titolo “INSIDE!”, mi viene da riassumerlo in un’immagine: tanti palazzi con numerosi balconi, da cui le caldi luci disegnano sagome ombrose e dinamiche. Li vedo da vicino, poi allontanarsi come se si potesse allargare l’orizzonte, e piano piano diventare piccole, come lucciole in una vasta foresta. Vedo la terra rimpicciolirsi e farsi cielo stellato.

In questo nostro grande mondo, colmo e dominato da esseri umani bizzarri, la connessione ha raggiunto livelli che a pensarci tempo fa si sarebbe sfiorata la fantascienza. Sembrava impensabile un tempo attraversare l’oceano volando come  gabbiani e impiegandoci appena mezza giornata. Incredibile concepire che se qualcosa succede a Rio de Janeiro, dopo cinque minuti l’informazione è accessibile ovunque. Pazzesco realizzare che se faccio una video-chiamata con un amico in Australia, vedo il sole alto dietro al suo busto mentre da me è ancora notte. E guardo lo schermo del mio computer perdendomi nell’idea che io stia, in qualche modo, viaggiando nel tempo, affacciata sul futuro.

Siamo connessi, come mai lo siamo stati nella storia dell’uomo, eppure un agente esogeno piomba silente fra le quotidianità e le poche certezze di tutti, quasi volesse mostrarci che esser molto connessi può essere un’arma a doppio taglio. Gli agenti patogeni si nutrono di connessioni e il covid-19 celebra la nostra mobilità iperattiva.

Ciò che però mi sembra più interessante è che a questo incremento di connessione fra uomini corrisponda un progressivo disconnetterci dal resto del mondo e della vita: l’urbanizzazione non arresta la sua corsa, fra noi e ciò che mangiamo ci separano processi, aziende e chilometri e la natura ci appare sempre più noiosa e statica. Lungi da me fare un discorso ecologista, soprattutto in questa sede, ma una valutazione antropologica beh, quella chiama.

Coronavirus e Influenza Spagnola

E se è vero che non c’è valutazione antropologica senza storia, riprendendo quel meme che ci invitava a immaginarci il coronavirus in un epoca in cui internet non esisteva, merita un po’ del nostro tempo tuffarci nel 1918 e analizzare l’episodio cugino del nostro più familiare corona virus: l’influenza spagnola, la più grave forma di pandemia della storia dell’umanità, prima di internet. Evento storico la cui memoria resta schiacciata da fiumi di parole e pagine sulla ben più ricordata prima guerra mondiale, che coincise temporalmente. Come ci fa notare Laura Spinney nel suo “ 1918. L’influenza spagnola: La pandemia che cambiò il mondo”, un libro scritto pochi anni prima dello scoppio del coronavirus, l’epidemia è un fenomeno biologico ma anche intrinsecamente sociale ed è innaturale separare il discorso medico da quello storico-culturale. E’ per questo motivo che, come l’autrice dimostra ampiamente nella sua dissertazione, l’influenza spagnola trasformò radicalmente l’umanità. Se è giusta l’intuizione che questo possa valere anche per la nostra pandemia, è importante fin da adesso fotografare le condizioni in cui nasce e compararle con il passato.

Wear a mask or go to Jail | archivio storico

Ma che cosa è stata l’influenza Spagnola? Sappiamo che si manifestava con tosse e vomito e che, in controtendenza con la norma, chi sembrava più immune dal versare in condizioni critiche, ovvero i giovani adulti sani, era invece la categoria più a rischio, a dispetto di quella degli anziani, che superava eroicamente il decorso. Infatti il sistema immunitario del contagiato, nel tentativo di debellare il virus reagiva in maniera esorbitante, finendo con il collaborare a braccetto con la malattia. Gli anziani, soprattutto quelli già vivi negli anni 30 del 1800, avevano un sistema immunitario debole che non si ribellava e quindi lasciava che il virus fosse di passaggio nell’organismo. Inoltre nel 1830 ci fu un simile ceppo di influenza, fenomeno che regalò agli over ottanta una parziale immunità.

Impossibile definire la sua origine geografica, ciò che sappiamo però è che, sorprendentemente, il suo nome non deriva da una presunta genesi in Spagna, bensì dal fatto che fu in questa regione che per la prima volta i giornali informarono dell’esistenza dell’epidemia. La stampa ispanica infatti, neutrale in tempo di guerra, era l’unica fra gli stati confinanti a non essere soggetta a censura. Non conosciamo neanche le cause della malattia ma conosciamo le concause, simili nella loro natura più profonda a quelle del coronavirus. La guerra infatti spingeva i soldati ad accalcarsi in trincea, facilitava repentini e frequenti spostamenti di massa e negli ospedali militari, già sovraffollati da feriti di guerra, il virus prolificava allegramente. L’apertura, infine, alle comunicazioni di vasti continenti fino ad allora incontaminate espose anche l’Africa al contagio. Il contesto socio-culturale dunque, caratterizzato da mobilità e spazi sovraccarichi, incise in maniera determinante al formalizzarsi della pandemia.

Quando il caso scoppiò, i governi, che stavano impegnando tutte le risorse economiche, strategiche e umane nella guerra, minimizzarono pubblicamente il problema. Addossarono ai confini iberici la presenza locale del virus e cercarono di distrarre le loro popolazioni onde evitare che si deconcentrassero dall’evento storico preminente a livello politico e che perdessero dunque tempra e coraggio. I governi se ne guardavano bene dallo scoraggiare i soldati a combattere, nonché dall’impiegare le risorse finanziarie in cure e misure preventive, e negli USA i funzionari pubblici nascondevano le informazioni. Comportamenti questi che aumentarono l’ignoranza della massa e dunque intensificarono il contagio. Inoltre, nel momento in cui ci si rese conto che la realtà era tanto diversa da quanto veniva narrata, quanto indecifrabile, scoppiò una psicosi collettiva.

A questo proposito, il confronto con i nostri tempi è lampante: spero di non fare peccato nel ripensare alle retoriche dei discorsi pubblici dei vari capi di stato agli albori del Covid-19 in Europa, ma anche alle corse folli nei supermercati e all’isolamento nei mezzi pubblici di tutti i passeggeri con lineamenti visibilmente asiatici.

Tornando al 1918 sappiamo che al terrore della gente seguirono, così come ai giorni nostri, misure di contenimento del contagio. L’America chiuse sale da ballo, cinema e pub. Tram e metropolitane vennero sconsigliate ma per quanto riguarda le misure di quarantena furono solo suggerite da alcuni medici, ma per la maggior parte ignorati dalla popolazione. In varie parti d’Europa furono chiuse le scuole, seppur parzialmente. L’uso di mascherine chirurgiche, atte a contenere il diffondersi di goccioline di saliva (come già si conosceva) fu prima fortemente consigliato, poi imposto in alcune zone degli Stati Uniti e in altre grandi città d’Europa.

Per quanto riguarda l’isolamento invece, sappiamo che il Giappone interruppe tutti i viaggi marittimi in arrivo e in partenza, mentre le isole Samoa americane si misero in quarantena preventiva scampando totalmente la malattia.

Public Places closed | Archivio Storico

Differenze socio-culturali della quarantena

Epoche diverse ma numerose similitudini che potrebbero essere approfondite per affrontare questa nostra emergenza con maggior consapevolezza, visto che possediamo più mezzi di allora.

Eppure una differenza sostanziale c’è e quel meme che ci invitava ad immaginare una quarantena senza internet ne coglie una sostanziale parzialità.  Rileggendo i diari di quarantena dell’epoca infatti, notiamo come le giornate delle famiglie recluse assumevano ritmi e colori che ricordano danze all’unisono, che narrano di povertà dei mezzi, di  paura e di ignoto, ma anche di collaborazione, rigore e disciplina.

Antonia Carlini ci racconta:

“Era il gennaio del 1919 [..] una mattina uno “Strillone“ con la sua campanella,  passando per il paese, avvisò la popolazione che era arrivata  l‘ influenza Spagnola e che, per decreto del Podestà, c‘era l’obbligo di stare chiusi in casa per evitare il contagio”

Se non fosse che stiamo parlando di un flagello mondiale direi “ma che meraviglia!”. Lo strillone che annuncia l’arrivo di una pandemia come ai tempi nostri farebbe solo l’arrotino è qualcosa di curioso. La voce che dice poche cose, essenziali e tutte di botto: c’è una pandemia, non uscite più di casa, è decreto. Fine. Se avete domande e dubbi, beh mantenete anch’esse dentro casa.

Improvvisamente tutto quello che ci sembrava scontato appare invece un elemento chiave per analizzare il contesto storico e sociale del coronavirus, ovvero l’aver avuto accesso all’informazione grado per grado, il conoscere genesi, evoluzione e viaggio del virus, l’aver gradualmente appreso che si stava entrando in una stagione di isolamento, prima con la chiusura dei confini (comunque parziale e arginabile in casi d’emergenza), poi con la chiusura dei luoghi di massa e infine con le misura di quarantena, nonché  soprattutto sapere che ogni qual volta ne vogliamo sapere di più, o vogliamo semplicemente sapere come sta la nonna, il fidanzato, gli amici, basta accedere ad internet.

Ai tempi della spagnola le famiglie, numerose e sfiancate dalla guerra, non poterono far altro che chiudersi in casa, arrangiando le loro quotidianità e condividendo spazi e tempi senza respiro, facendosi forza l’uno con l’altro. I padri di famiglia imbracciavano i fucili e si difendevano da chi aveva fame e si improvvisava ladro. Si mangiava quello che c’era e si viveva con il terrore che un componente della famiglia fosse stato contagiato, solo uno e quindi tutti gli altri.  La privazione della libertà, la noia e l’intrattenimento non erano neanche dei disagi. Non c’era tempo per lamentarsi di questo, perché quello che si aveva serviva a sopravvivere, combattendo un nemico che non solo era invisibile, come lo è il nostro, ma era anche totalmente misterioso. Si era liberi se si era sani, e questo era tutto.

Il nostro dramma invece è culturalmente diverso: nel momento in cui tutto viene cancellato, vietato, fermato fuori dalle nostre case, molte persone si ritrovano a vivere la quarantena come una condizione che crea disagio nello strutturare il proprio tempo. Lo spazio culturale ha senso ed esiste nelle strade, negli spazi sociali, negli uffici, nelle palestre, ovvero laddove le attività culturali prendono posto. Ripensare ad una nostra identità, al nostro muoverci nello spazio e nel tempo senza poter vivere gli spazi culturali che fino a ieri erano così rilevanti,  per molti può essere traumatico, ma dunque anche illuminante.

Silvia Pedroni | Isolamento “nell’armadio” | 2020

La parola Weekend per esempio nelle nostre “vite pre-coronavirus” portava con sé gioia e ilarità e rappresentava simbolicamente il premio di sacrifici e fatiche, di sopportazione di stress e frenesia. Due giorni completi che, se all’epoca della spagnola corrispondevano al massimo a due ore di messa e a un pranzo in famiglia, oggi lasciano un vuoto di quarantotto ore da colmare.  

L’umanità, così interconnessa e disconnessa con i ritmi della natura, quando smembrata e frammentata ognuno nel proprio balconcino, mostra la parte più inquietante del rapporto di dipendenza dall’altro da sé. Rischia cioè di assumere forme vincolanti e derive patologiche di massa.

La comunicazione in questi giorni è limitata alle persone con cui abbiamo deciso di vivere, e qui fa la differenza chi ha deciso di convivere con estranei perché ha deciso di impostare i propri spazi culturali interamente fuori casa e chi, invece ha deciso di condividerla con qualcuno di sentimentalmente selezionato. Insomma cambia il valore simbolico che si è deciso di dare alla propria casa e al tempo speso all’interno.

Oltre a questo poi c’è la comunicazione digitale, dove persiste un presente che si nutre di esperienze senza tracce, vissute ma non vissute, distaccate fra di loro e fra sé e gli altri, senza comporre una linea continua. Persino le informazioni, le parole scritte, tutto è delebile e volant, pur essendo scripta. Ci sembra insomma di vivere in un presente senza storia dove la mancanza di un empirico esserci ci fa sentire incorporei. La crisi della presenza diventa una minaccia reale. Se c’è un principio trascendentale che fonda la persona infatti, allora c’è anche il rischio della sua sparizione, se non altro all’interno del suo spazio socio-culturale. Virtualità e isolamento sembrano stringere un rapporto perverso e misterioso, che ci spinge a domandarci fino a che punto l’uno abbia come elemento fondativo l’altro e chissà che questo vivere sospesi nel tempo e nello spazio non sia una grandiosa occasione per comprendere meglio tutto ciò.  

Fonti e Risorse Utili

Spinney L. 2017, “1918. L’influenza spagnola: La pandemia che cambiò il mondo”, Marsilio

Fromm E. 2020, “Fuga dalla libertà”  , Mondadori

De Martino E. 1997, “Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo” Torino, Bollati Boringhieri

Lynteris, Christos & Poleykett, Branwyn. (2018). The Anthropology of Epidemic Control: Technologies and Materialities. Medical anthropology. 37. 433-441. 10.1080/01459740.2018.1484740.

https://unoeditori.com/coronavirus-e-quarantena-considerazioni-filosofiche-sociali/

https://www.independent.com.mt/articles/2020-04-07/local-news/People-may-have-trouble-structuring-time-anthropologist-6736221749

https://www.ontuscia.it/sanita/la-vita-di-una-famiglia-al-tempo-della-influenza-spagnola-un-secolo-fa-31442

https://unoeditori.com/coronavirus-e-quarantena-considerazioni-filosofiche-sociali/

https://www.independent.com.mt/articles/2020-04-07/local-news/People-may-have-trouble-structuring-time-anthropologist-6736221749

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